Cari lettori,
Che dire del family day di Piazza S.Giovanni di sabato scorso?
Tanto? Nulla? boh!
Se volessimo dire qualcosa potremmo riflettere circa l'opportunità della presenza dei nostri rappresentanti che alla manifestazione hanno preso parte.
Quali rappresentanti? Qualcuno a ragione direbbe, dato che nessuno di noi li ha eletto, ma i segretari dei loro partiti.
C'erano quasi tutti quelli della CASACIRCONDARIALEDELLELIBERTA', alcuni dei quali hanno portato al seguito tutte le famiglie che hanno "messo sù" durante la loro breve esperienza "umana", (per fare numero). Chissà se hanno portato anche le loro amanti! Lo psiconano ad esempio ha marcato la sua presenza a causa di una vignetta, ma è stato discreto, ha lasciato le sue famiglie nelle loro case.
C'erano pure i "rappresentanti" della maggioranza, DEMOCRISTIANIRICICLATINELCENTROSINISTRA, quelli che in 60 anni di Governi (alcuni dei quali mafiosi) hanno fatto tanto per questa istituzione da fare diventare la nostra penisola un FARO per le altre nazioni in tema di politiche a sostegno della famiglia.
Poi c'erano le Famiglie, come in una grande festa, Padri, Madri, Figli, Nipoti, Nonni, Nonne, Cognati, Cognate, Suoceri ecc ecc.
C'erano anche quelli che una famiglia non non ce l'hanno, sia per loro scelta sia perchè Nostro Signore ha dato loro una missione diversa dalla famiglia (preti, suore, teodem, ecc ecc).
Cosa resta del Family Day al netto della festa delle tante famiglie che sono andate a S.Giovanni? Forse nulla, sicuramente la paura di un'istituzione che negli ultimi decenni ha perso spazio e lo rivorrebbe indietro con tutti gli interessi.
Ci vogliono riportare al medi evo.
Peccato che coloro i quali in buona fede si sono mobilitati e sono scesi in piazza forse non sanno e non sapranno mai, nemmeno chi era il festeggiato di quel lontano 12 maggio 2007.
2 commenti:
Quando ho visto la faccia di Mastella mi sono sentito male.
Non è un commento e non c'entra una mazza col family day, lo metto qui xkè non sapevo dove postarlo.
Ciò che più stupisce non è il fatto in se, ma il sistema con cui gira l'informazione in Italia...
SILENZIO, SI MAFIA
Tengo famiglia
di Marco Travaglio (da l'Unità)
Due giorni fa la Corte d’appello di Milano ha confermato la condanna di Marcello Dell’Utri e del boss mafioso Vincenzo Virga a 2 anni di reclusione per tentata estorsione aggravata ai danni dell’imprenditore Vincenzo Garraffa. Nessun telegiornale ha dato la notizia. Così come nessun quotidiano, a parte un paio di trafiletti sul Corriere e su l’Unità. Il che è comprensibile: visti i suoi rapporti con la mafia, Dell’Utri fa paura. E i giornalisti italiani, come pure i loro editori, tengono famiglia. Si sarebbero scatenati con fior di articoli, commenti e interviste se fosse stato assolto, come la settimana scorsa quando la stessa Corte ha dichiarato innocente Berlusconi per la tangente che, con i suoi soldi, il suo avvocato pagò a un giudice. Ecco: per sapere che Dell’Utri è sotto processo per estorsione, bisogna sperare che lo assolvano. Se lo condannano, nessuno ne parla e nessuno lo sa. Ma forse è meglio così: stiamo parlando del braccio destro di Berlusconi, ideatore di Forza Italia, senatore della Repubblica, membro del Consiglio d’Europa, già condannato in via definitiva a 2 anni per false fatture e a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Per molto meno si sciolgono i consigli comunali, qui bisognerebbe sciogliere il Parlamento. La tentata estorsione riguarda un fatto del 1992, quando Publitalia intermediò una sponsorizzazione della Heinecken sulle magliette della Pallacanestro Trapani per 1,5 miliardi di lire. Ricevuto il denaro, il presidente del club Vincenzo Garraffa (medico e senatore del Pri) si vide chiedere indietro da Publitalia 750 milioni, cioè metà dell’incasso, ovviamente in nero. Rispose di non avere fondi neri e chiese la fattura. Niet. A quel punto - l’ha denunciato lui stesso ai giudici - Dell’utri lo minacciò: «Le consiglio di ripensarci, abbiamo uomini e mezzi che possono convincerla a cambiare opinione». Di lì a poco, invitato al “Maurizio Costanzo Show” con tutta la squadra, ricevette la disdetta senz’alcuna spiegazione. Poi, un bel mattino, al pronto soccorso dove lavorava, andò a trovarlo Vincenzo Virga, capomafia di Trapani: gli disse di essere lì per quel «debito» con gli «amici» milanesi. Garraffa resistette e denunciò tutto alla Procura di Palermo, che trasmise il fascicolo a Milano. Di lì il processo e la doppia condanna. Che, se confermata in Cassazione, si aggiungerebbe a quella definitiva per false fatture, porterebbe il totale a 4 anni e Dell’Utri in carcere (l’indulto, almeno per i reati con aggravante mafiosa, non dovrebbe scattare). Una notizia gravissima e importantissima. Invece, silenzio. Onde evitare che qualche giornale, magari per sbaglio, ne parlasse, l’Ansa l’ha nascosta sotto un titolo depistante: «Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri». Come se il pover’ uomo fosse stato condannato perché sponsorizzava. Il testo, poi, è ancor meglio del titolo: «Dell’Utri era accusato, insieme a Vincenzo Virga, di tentata estorsione, in relazione alle modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani…». Roba da bocciatura immediata all’asilo del giornalismo: non si dice che Vincenzo Virga è un capomafia arrestato dopo lunga latitanza per vari omicidi; e si fa credere che il processo riguardi «le modalità di sponsorizzazione», mentre si riferisce a un caso di vero e proprio racket mafioso, con un manager che, da Milano, manda il boss di Trapani a riscuotere un credito non dovuto, per giunta in nero, a un imprenditore siciliano. Del resto, se si sapesse in giro che un senatore della Repubblica è condannato per racket, sarebbe più difficile interpellarlo su qualunque cosa accada nella politica, nella cultura, nell’arte e nello spettacolo, come fa il fior fiore della stampa italiota dipingendolo come un vecchio saggio e un sopraffino bibliofilo (infatti ha preso per buona persino la patacca dei diari del Duce). Martedì, giorno dell’ennesima condanna, il Corriere pubblicava un’intervista a Dell’Utri sulla sconfitta di Leoluca Orlando, definito dal senatore pregiudicato «un cadavere che cammina». Lo chiamavano così anche i mafiosi, tra gli anni 80 e i 90, quando lo volevano accoppare per le sue battaglie antimafia. L’ultima volta ci provarono i narcos, tre anni fa, in Sudamerica. Purtroppo fallirono il bersaglio, e il cadavere di Olando ancora cammina. Altri, invece, hanno smesso di camminare nel 1992-’93. Avevano il grave torto di non frequentare Vittorio Mangano, Vincenzo Virga e Marcello Dell’Utri. Gentaglia.
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